La diagnosi oncologica è un terremoto emotivo che sconvolge identità e abitudini. Eppure, anche in questa fragilità, possono aprirsi spazi di ripartenza: nell’elaborazione dei vissuti, nel sostegno della rete sociale, nella riscoperta di ciò che dà senso e fa stare bene. 

Ricevere una diagnosi di malattia oncologica è un evento che cambia tutto. Non solo la salute, ma la percezione di sé, le relazioni, le priorità, persino il modo di vedere il futuro. «Una diagnosi di tumore è come un terremoto», spiega la dott.ssa Chiara Chinnici, psicologa e psiconcologa LILT. «Scuote le fondamenta personali e familiari, generando incredulità, confusione, paura e la sensazione di perdere il controllo». 

In questo sconvolgimento iniziale, però, è possibile trovare nuove risorse e persino nuove opportunità. Ripartire non è semplice, ma è possibile, soprattutto se accompagnati.  

Le prime reazioni: quando tutto sembra sgretolarsi  

Nelle prime ore e giorni dopo la diagnosi di tumore, la mente vive un vero e proprio cortocircuito emotivo. «C’è una prima fase di shock e negazione che è seguita dall’ansia o dalla rabbia. Subentra poi la fase di demoralizzazione caratterizzata da tristezza, apatia e isolamento sociale». 

Si tratta di fasi simili all’elaborazione di un lutto, perché in un certo senso un lutto c’è: la perdita del controllo sulla propria vita. Riconoscere queste fasi significa comprendere che sono parte di un processo inevitabile che porta all’accettazione della malattia.   

Ogni diagnosi è unica 

Ogni diagnosi è diversa così come ogni percorso di cura. Lo stesso tumore, con lo stesso stadio e la stessa prognosi può avere un impatto totalmente diverso da persona a persona. «La percezione e la reazione a una diagnosi è estremamente soggettiva, mediata da variabili personali, familiari e socioculturali» spiega la dott.ssa Chinnici.  

La psicoterapia aiuta a esplorare questi aspetti e a individuare i meccanismi disfunzionali di gestione della malattia, attivati da ferite del passato, da aspetti irrisolti o dallo stress. «La psicoterapia aiuta a mettere in atto strategie più funzionali e compassionevoli verso di sé». 

Quando la malattia diventa un’occasione per trovare una nuova direzione 

Parlare di opportunità può sembrare paradossale, ma molte persone scoprono, lungo il percorso di cura, nuovi modi per affrontare le difficoltà e rileggono la propria vita con uno sguardo diverso. «La malattia può aiutare a riconsiderare obiettivi, desideri e priorità» dice la psicologa. «È proprio un processo di riconnessione per capire i bisogni, legittimare le emozioni che si stanno vivendo e ricostruire delle basi che possono, molto spesso, essere anche più solide rispetto al passato».  

Il tempo della cura può diventare così un tempo di ascolto profondo di ciò che fa stare bene. 

Il ruolo dello psiconcologo: uno spazio sicuro per orientarsi 

«Lo psiconcologo può aiutare a dare spazio e voce ai vissuti legati alla malattia», spiega la dott.ssa Chinnici. «Allo stesso tempo può fornire quegli strumenti pratici da mettere nella cassetta degli attrezzi per affrontare meglio le sfide quotidiane e restituire quella sensazione di controllo». 

Restare ancorati al presente è un aspetto importante e la figura dello psiconcologo può essere di aiuto nel gestire l’ansia e la pura del domani. «Rimanere sul momento presente ha una grande rilevanza perché aiuta a gestire quella sensazione di essere travolti dal futuro. Tecniche come respirazione, mindfulness e grounding possono favorire questa connessione con il qui e ora». 

L’importanza di una rete sociale 

La vicinanza di familiari e amici è molto preziosa nel percorso di cura e costituisce un’importante risorsa. Può succedere, però, che le persone care si trovino in difficoltà «Non siamo abituati a confrontarci con sofferenze così profonde e, nel tentativo di proteggere l’altro — o proteggere noi stessi — rischiamo inconsapevolmente di non lasciare spazio ai suoi vissuti», spiega la psicologa. 

È per questo che alcune persone, dopo la diagnosi, non si sentono comprese, accolte o addirittura si sentono sole nei momenti di maggiore fragilità.  

In questo contesto i gruppi di sostegno assumono un valore enorme. «Partecipare a un gruppo significa condividere l’esperienza con persone che vivono qualcosa di simile, e questo favorisce un’immediata sensazione di comprensione», aggiunge Chinnici. «È uno spazio protetto, che può aiutare soprattutto chi ha messo in atto un forte ritiro sociale. In questo contesto, guidato da un professionista, la persona può sentirsi più accolta ritrovando fiducia e un senso di apparenza». 

Ogni diagnosi è unica. Parlarne con un professionista può aiutarti a trovare un nuovo equilibrio.