La malattia può lasciare segni sul corpo e mettere in discussione il modo in cui una donna si percepisce. Parlare di questi cambiamenti può aiutare a costruire un nuovo rapporto con sé stesse e con il partner.
Una diagnosi di tumore ginecologico non riguarda soltanto la malattia e il percorso di cura. Può avere un impatto profondo anche sul rapporto con il corpo e sulla percezione della propria femminilità. Quando la malattia colpisce parti anatomiche legate alla sessualità, al piacere e alla maternità, molte sono le domande che emergono: come è cambiato il mio corpo? Mi sento ancora la stessa donna? Potrò tornare a vivere la mia sessualità? E come affrontare questi cambiamenti all’interno della coppia?
In poco tempo cambia il modo in cui una donna guarda e vive il proprio corpo, fino a farlo percepire come qualcosa che non dà più sicurezza, ma che sembra quasi averla tradita.
Sono aspetti di cui si parla ancora poco, spesso messi in secondo piano rispetto alla dimensione più strettamente clinica della malattia. Eppure, fanno parte del percorso di cura e meritano ascolto, proprio per aiutare le donne a comprendere e affrontare i cambiamenti che stanno vivendo.
In occasione della Giornata mondiale dei tumori ginecologici, che si celebra il 20 settembre, abbiamo scelto di dedicare uno spazio a questi temi insieme alla dottoressa Diana Sala, psicologa, psicoterapeuta e psiconcologa, per dare voce a emozioni e difficoltà che troppo spesso rimangono nell’ombra.
Dottoressa, perché una diagnosi di tumore ginecologico può avere un impatto così profondo sulla percezione del corpo e della propria femminilità?
Esiste ancora un forte tabù nel parlare di femminilità, corpo e sessualità quando si affronta un tumore ginecologico. Spesso la sfera emotiva e psicologica passa in secondo piano rispetto alla parte più medicalizzata della malattia. Eppure, i tumori ginecologici possono colpire organi strettamente legati a temi come il piacere e la maternità, che a loro volta sono molto connessi all’identità femminile. Esiste quindi un’alleanza profonda tra il corpo e l’identità.
Nel momento in cui compare la malattia, può nascere la sensazione che il corpo abbia in qualche modo tradito la persona: quello che prima rappresentava una fonte di sicurezza diventa quasi una minaccia.
A questo si aggiunge l’impatto delle terapie. Penso, per esempio, alla menopausa indotta, farmacologicamente o chirurgicamente, che può portare in tempi molto rapidi a sintomi come vampate, secchezza vaginale e importanti sbalzi d’umore. È come se il tempo della malattia procedesse più velocemente rispetto al tempo biologico del corpo, mentre quello psicologico richiede tempi ancora diversi.
Dopo un intervento chirurgico o terapie che alterano alcune funzioni del corpo, può essere necessario anche lavorare sull’elaborazione di una perdita. Come si affronta questo percorso?
In questi casi in terapia si lavora proprio come se si trattasse di un vero e proprio lutto. È necessario lasciare andare il corpo di prima e, allo stesso tempo, imparare ad accettare e a riabitare il corpo che c’è oggi.
Questo significa anche lavorare sulla ricostruzione della femminilità, che non deve più coincidere unicamente con la dimensione fisica. Entrano in gioco aspetti più ampi: sentirsi desiderabili, sentirsi connesse con sé stesse e, quando c’è un partner, con la persona che si ha accanto.
È un percorso che può richiedere tempo. In alcuni casi una donna può arrivare a descriversi come “mutilata” dopo un intervento e il lavoro consiste anche nel riuscire a costruire una cicatrice che sia accettabile non solo dal punto di vista fisico, ma anche emotivo.
Nell’intimità di coppia cosa può accadere?
In questi casi si può creare una sorta di “cortocircuito” nella sessualità. Dopo un intervento possono esserci dolore e secchezza e, se il rapporto fisico diventa doloroso, può svilupparsi una paura anticipatoria. La risposta fisica si blocca, così anche a livello emotivo e mentale. A questo si aggiunge spesso il silenzio. Il partner può avere paura di fare male o di essere invadente, mentre la donna può sentirsi più fragile e vulnerabile, può non piacersi più come prima e avere la sensazione di non essere più desiderabile.
In terapia si cerca allora di smontare l’idea che il rapporto sessuale debba necessariamente coincidere con la penetrazione. Si possono riscoprire l’intimità, le tenerezze e nuove modalità di vivere il piacere. Il percorso è graduale, si parte da ciò che si riesce a fare, senza l’obbligo di arrivare necessariamente a un rapporto penetrativo completo. In questo caso può essere utile un percorso di coppia, ci sono per esempio degli esercizi di psicosessuologia che possono essere proposti e che possono far riscoprire una sessualità diversa.
A chi può rivolgersi una donna che vive queste difficoltà?
È importante distinguere innanzitutto gli aspetti legati alla fisiologia da quelli che hanno una componente psicologica. Per le problematiche fisiologiche il riferimento è il ginecologo, preferibilmente il professionista che ha seguito il percorso oncologico.
Quando invece le difficoltà non sono riconducibili unicamente alla componente fisica, possono essere coinvolti i professionisti della salute mentale e, in particolare, gli psiconcologi. È importante lavorare in sinergia con i medici, perché anche alcune cure, per esempio quelle ormonali, possono avere un impatto sulla sessualità e sul desiderio. Quando si affrontano insieme la componente fisiologica e quella psicologica, il percorso può essere più completo.
Anche per questo è importante che il tema della sessualità venga affrontato maggiormente dagli stessi professionisti sanitari. A volte sono proprio i medici a fare fatica a introdurre l’argomento, contribuendo involontariamente a mantenere il tabù. Diffondere queste tematiche serve anche a ridurre l’isolamento e la sensazione di essere sole nel vivere determinate difficoltà.
Generalmente come si articola il percorso psiconcologico?
Il percorso è molto soggettivo e dipende anche dalla fase della vita in cui si trova la donna. Nella fase iniziale della diagnosi, spesso, come forma di difesa emotiva e psicologica, ci si concentra su ciò che si deve fare: gli aspetti medici, gli interventi, le terapie. È in un momento successivo, quando la fase più emergenziale è terminata, che può iniziare una maggiore elaborazione di ciò che è accaduto e diventare più evidente anche la percezione di una perdita dell’identità femminile.
Nelle donne più giovani il percorso può essere ancora più complesso, perché può esserci anche il lutto per qualcosa che non è ancora avvenuto, ma che avrebbe potuto avvenire: la possibilità di una maternità futura. Anche per questo non esiste un’unica esperienza condivisa per tutte.
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06 Ott 26