Dalla difficoltà di accettare i cambiamenti del corpo alla fatica di chiedere aiuto: il percorso psicologico può aiutare gli uomini ad accogliere maggiormente la propria vulnerabilità e a ritrovare nuove forme di piacere. 

Una diagnosi di tumore alla prostata può mettere in discussione molto più della salute fisica. I cambiamenti provocati dalla malattia e dalle terapie possono modificare il rapporto con il proprio corpo e con la propria sessualità, fino a far vacillare un’immagine di sé costruita, spesso, intorno all’idea di forza, autonomia e prestazione. 

Per molti uomini, parlare di queste difficoltà e chiedere aiuto non è semplice. La paura di mostrarsi fragili può portare a chiudersi, a isolarsi o a vivere in solitudine aspetti che, invece, potrebbero essere affrontati con il supporto dei professionisti. 

Nel mese della campagna Nastro Blu dedicata alla sensibilizzazione e alla prevenzione dei tumori maschili, abbiamo scelto di affrontare questa dimensione della malattia insieme alla dottoressa Diana Sala, psicologa, psicoterapeuta e psiconcologa, per capire come sia possibile, nel tempo, costruire un modo diverso di vivere la propria corporeità.  

Una diagnosi di tumore alla prostata può avere un impatto importante sull’immagine che un uomo ha di sé. Che cosa succede alla sua identità maschile e al senso di virilità? 

La diagnosi può rappresentare una sorta di scontro frontale con gli stereotipi di genere. Culturalmente, infatti, l’uomo viene spesso educato a basare la propria identità sull’autonomia, sulla forza e sulla capacità di essere sempre “prestante”. Pensiamo all’immagine dell’uomo protettore, dell’uomo che deve essere forte e che non deve mostrare alcuna fragilità. 

Una malattia come il tumore alla prostata può andare a colpire proprio questa dimensione. Alcuni degli effetti delle terapie, come la disfunzione erettile, possono essere vissuti come una sorta di “evirazione psicologica”, si può arrivare a pensare “se non ho un’erezione, non sono più un uomo”. A questo possono aggiungersi altre difficoltà, come l’incontinenza o, a seconda del tipo di intervento, la presenza di una stomia, oltre alla necessità di assumere terapie farmacologiche continuativa. Possono comparire sensazioni molto diverse: da una parte la percezione di regredire, quasi di tornare bambini, dall’altra quella di apparire più anziani di quanto si sia realmente e quindi la tendenza a isolarsi. È come se l’uomo fosse stato abituato a pensarsi come un motore che deve funzionare sempre al massimo, quando qualcosa inizia a incepparsi, inizia a crollare tutto ciò che riguarda la propria identità maschile. Il lavoro psicologico consiste anche nel riconoscere che il proprio valore non sta nella prestazione, ma nelle tante sfaccettature della persona stessa. 

Uno degli aspetti più difficili sembra essere proprio la richiesta di aiuto. Perché per molti uomini è così difficile parlare delle fragilità che stanno vivendo? 

È un aspetto centrale. Esiste quella che possiamo definire una sorta di alessitimia maschile, cioè una difficoltà a riconoscere e a esprimere le proprie fatiche emotive. Fin da bambini, molti uomini sono stati abituati a sentirsi dire che non devono piangere, essere fragili o mostrarsi deboli.  

Anche se negli ultimi anni si sta osservando un cambiamento, chiedere aiuto può ancora essere vissuto come un’ammissione di debolezza o addirittura come un fallimento. Nel caso di un tumore alla prostata, questa sensazione può essere ancora più forte, perché la malattia può aumentare la percezione della propria vulnerabilità. Per questo, spesso gli uomini arrivano in terapia perché sono stati spinti dal medico, dall’urologo, dall’équipe oncologica o dalla compagna. È come se non ci fosse inizialmente la spinta spontanea ad affrontare ciò che sta accadendo. Il lavoro psicologico parte quindi anche dalla domanda stessa, cercando di comprendere quali siano le motivazioni personali e che cosa stia realmente vivendo quella persona. 

L’approccio psicologico è quindi diverso rispetto a quello che può essere utilizzato con una donna in caso di tumore ginecologico? 

Nella mia esperienza, sì. Nel lavoro con gli uomini utilizzo spesso un linguaggio meno astratto e meno psicologico e più orientato al problem solving. Molto spesso vengono chiesti strumenti concreti: “Cosa devo fare? Come posso affrontare questa situazione?” 

Partire da qualcosa di pratico permette di costruire una relazione di fiducia e di iniziare a lavorare sulle difficoltà. Successivamente si può andare più in profondità e affrontare gli aspetti emotivi e psicologici che sono stati coinvolti dalla diagnosi e dalle terapie. 

Anche la collaborazione con i professionisti che seguono il paziente è fondamentale. Se il medico, l’urologo o l’andrologo si occupano della parte fisica, della riabilitazione e degli eventuali aspetti farmacologici, il lavoro psicologico può concentrarsi sulla ricostruzione dell’idea di virilità e di mascolinità. Lavorare insieme permette di aiutare l’uomo ad accogliere maggiormente la propria vulnerabilità e, nel tempo, a riattivare anche progetti personali e legati all’intimità. 

Quando cambiano la funzione sessuale e il rapporto con il proprio corpo, come si può riscoprire l’intimità senza viverla soltanto come una questione di prestazione? 

Il primo passaggio, in realtà, non riguarda direttamente l’intimità con il partner, ma il rapporto dell’uomo con le proprie emozioni e con il proprio corpo. Quando c’è la paura di fallire, questa può aumentare l’ansia e l’attenzione verso le sensazioni corporee. A quel punto possono comparire o aumentare difficoltà sessuali, come problemi di erezione o perdita del desiderio. È importante quindi distinguere il sintomo fisico dal giudizio che l’uomo dà di sé stesso. Il problema non è soltanto ciò che accade al corpo, ma il significato che viene attribuito a quel cambiamento. 

Un altro passaggio fondamentale è distinguere intimità e performance. Il valore della persona non può dipendere dal fatto di riuscire o meno a “funzionare” sessualmente. Si può lavorare, invece, sulla capacità di sentirsi vicini all’altra persona, sul contatto e sulla possibilità di sperimentare nuovamente il piacere. 

Anche gli esercizi pratici possono andare in questa direzione, per esempio attraverso la riscoperta del piacere fisico senza coinvolgere necessariamente gli organi genitali. Nel percorso con gli uomini, però, questo lavoro arriva generalmente dopo una prima fase di ristrutturazione dell’identità: prima è necessario aiutare l’uomo a separare il proprio valore dalla prestazione, e poi si può lavorare sulla sessualità e sulla relazione. 

Quanto è importante riuscire a parlare di queste difficoltà, con il partner e con i professionisti che seguono il paziente? 

Il primo passo è proprio riuscire a parlarne. È importante far capire che ciò che si sta vivendo non è qualcosa di raro o di cui vergognarsi e, soprattutto, che esistono strumenti per affrontare queste difficoltà. Non è detto che si possa tornare esattamente alla sessualità precedente alla malattia, ma è possibile arrivare a vivere una sessualità e un’intimità diverse, attraverso strumenti, strategie e percorsi adeguati. Questo, già di per sé, può essere rassicurante. 

È importante anche che siano i professionisti a prestare attenzione a questi aspetti. Non sempre una difficoltà sessuale è soltanto fisiologica o fisica: possono esserci anche componenti emotive e psicologiche. Riconoscerle permette di indirizzare la persona verso il professionista più adatto e di costruire un percorso di cura più completo.  

Chiedere aiuto non significa essere deboli. I nostri psiconcologi possono aiutarti a comprendere ciò che stai vivendo e a trovare strategie per vivere il tuo corpo e ritrovare nuove forme di piacere.