Parlare di tumore in famiglia non è semplice, ma il supporto della psiconcologia può fare la differenza, aiutando genitori, figli e caregiver ad affrontare il percorso oncologico. Ne parliamo con la dottoressa Anna Rita Adduci, psicologa, psicoterapeuta e specialista in psiconcologia.
Quando una diagnosi di tumore entra in famiglia, parlarne non è mai facile. Tra paura, silenzio e il desiderio di proteggere chi si ama, la comunicazione diventa spesso un terreno delicato. Eppure, saper comunicare la malattia in modo autentico può essere una forma di cura condivisa. Ne parliamo con la dottoressa Anna Rita Adduci, psicologa, psicoterapeuta e specialista in psiconcologia, che collabora con LILT Milano Monza Brianza.
Quando un genitore riceve una diagnosi di tumore, come si parla della malattia ai figli?
Prima di tutto, il genitore ha bisogno di elaborare e accettare la diagnosi per poterla comunicare in modo rassicurante. È importante che si senta pronto a parlare con i figli, trovando parole adeguate al loro livello di comprensione. La verità ha un effetto protettivo sullo sviluppo psicologico del figlio, sia bambino che adolescente. Con i bambini è necessario accompagnarli nella comprensione della malattia e delle terapie; con gli adolescenti, invece, è fondamentale che il genitore ammalato rimanga un punto di riferimento stabile nella loro crescita identitaria.
Perché i genitori fanno fatica a comunicare la malattia?
Le ragioni sono molte. Spesso prevale la paura di ferire i figli o l’idea che siano troppo piccoli per capire. Altri genitori scelgono il silenzio per proteggerli dal dolore. Tuttavia, questa forma di protezione può generare confusione e fantasie più spaventose della realtà. Con il giusto supporto, si può imparare a condividere il percorso oncologico in modo costruttivo, favorendo nei figli un senso di padronanza e controllo che diventa una risorsa preziosa anche in futuro.
Esistono regole per parlare di malattia in famiglia?
Non esistono regole universali. Ogni famiglia è unica, con i propri tempi e dinamiche. In generale, la psiconcologia promuove una comunicazione sincera, che tiene conto dell’età e dei bisogni dei figli.
Quando però il paziente non si sente pronto, è importante non colpevolizzarsi. In questi casi, può essere utile chiedere il supporto di uno psiconcologo, per trovare insieme le parole giuste e le modalità più adeguate per quel contesto familiare.
E quando è un figlio a ricevere una diagnosi oncologica?
Nel caso di un bambino malato, la famiglia vive un’esperienza fortemente destabilizzante. Il piccolo paziente oncologico può reagire con adattamento o difficoltà, a seconda di età, temperamento, tipo di malattia e contesto.
Il ruolo dei genitori è aiutarlo a partecipare attivamente al percorso di cura, rendendolo consapevole di ciò che accade, sempre con modalità adeguate. Questo riduce il senso di impotenza e previene future problematiche psicologiche legate all’ansia o all’autostima.
Perché i fratelli dei bambini malati vengono definiti “i figli dimenticati”?
I fratelli, detti anche siblings, sono spesso chiamati i “forgotten children” ovvero i “figli dimenticati” perché, inevitabilmente, le energie dei genitori e le risorse del sistema sanitario si concentrano sul figlio malato.
È un meccanismo naturale, ma può avere conseguenze: se i fratelli sono bambini piccoli, possono sviluppare problemi comportamentali o emotivi, mentre se adolescenti tendono a iper-adattarsi o a manifestare atteggiamenti di iper-protezionismo nei confronti del fratello malato.
Coinvolgerli, informarli e dar loro uno spazio di ascolto è fondamentale per prevenire questi comportamenti e favorire un equilibrio familiare più sano.
In che modo lo psiconcologo può aiutare la famiglia?
Lo psiconcologo ha un ruolo cruciale nel facilitare la comunicazione all’interno della famiglia. Aiuta i genitori a trovare strategie di dialogo efficaci, calibrate sull’età dei figli e sulla fase della malattia.
Con i bambini più piccoli può utilizzare giochi, metafore o disegni per spiegare la situazione in modo semplice e non spaventoso. Questo permette di contenere i sensi di colpa (“è colpa mia se mamma è malata”) che spesso emergono in età infantile.
Il lavoro dello psiconcologo, quindi, diventa uno spazio di cura condivisa, dove la parola, la verità e l’ascolto aiutano tutta la famiglia ad affrontare la malattia con maggiore serenità e unione.
La psiconcologia come punto di riferimento per genitori e figli malati
Comunicare la malattia oncologica in famiglia è un processo complesso, ma fondamentale per il benessere emotivo di tutti i suoi membri. La psiconcologia rappresenta oggi un punto di riferimento essenziale per genitori, figli e caregiver che affrontano una diagnosi oncologica.
Rivolgersi a uno psiconcologo esperto può aiutare a trovare parole, tempi e strumenti per costruire un dialogo autentico, ridurre ansia e senso di isolamento e trasformare la comunicazione in una vera alleata del percorso di cura.
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07 Gen 26