Una diagnosi oncologica mette alla prova non solo il corpo, ma anche il modo in cui ci relazioniamo a noi stessi. La Compassion Focused Therapy offre strumenti per affrontare vergogna, autocritica e solitudine, aiutando le persone a sviluppare uno sguardo più gentile e compassionevole verso di sé.
Ricevere una diagnosi oncologica non è solo un evento medico. È un’esperienza che scuote le fondamenta di chi si è, che mette in discussione il futuro, il corpo, le relazioni. Accanto alla sofferenza fisica, spesso emergono emozioni più silenziose come vergogna, autocritica e senso di solitudine.
Da alcuni anni, in ambito psiconcologico, si sta diffondendo un approccio terapeutico che si rivolge proprio a questi aspetti più nascosti della sofferenza: la Compassion Focused Therapy (CFT). Ne abbiamo parlato con Davide Ferraris, coordinatore della Psiconcologia di LILT Milano Monza Brianza e psiconcologo della piattaforma Parliamone qui.
Dottor Ferraris, che cos’è la Compassion Focused Therapy e perché è utile in oncologia?
La Compassion Focused Therapy è un approccio terapeutico sviluppato da Paul Gilbert psicologo clinico e psicoterapeuta CBT britannico di fama internazionale e introdotto in Italia dalla ricercatrice e psicoterapeuta Niki Petrocchi, fondatrice di Compassionate Mind Italia e figura di riferimento per la diffusione della CFT nel nostro paese. Nasce per lavorare su aspetti spesso trascurati della sofferenza psicologica: la vergogna, l’autocritica e il modo in cui le persone trattano sé stesse nei momenti di difficoltà.
Nel contesto oncologico, questi vissuti sono molto frequenti. Non si tratta solo di affrontare la malattia, ma anche il peso di sentirsi fragili, “non abbastanza forti” o soli nel proprio dolore. La CFT interviene proprio su questo livello, aiutando le persone a sviluppare un atteggiamento più gentile e comprensivo verso sé stesse.
Da dove parte questo approccio?
La CFT parte da una constatazione scomoda ma liberatoria: il nostro cervello non è progettato per farci stare bene, ma per sopravvivere. È, infatti, naturalmente orientato alla minaccia, al rischio e alla preoccupazione. Questo significa che pensieri come paura, ruminazione o autocritica non indicano che “c’è qualcosa che non va”, ma che stiamo funzionando come esseri umani.
Il primo passo, quindi, è smettere di colpevolizzarsi per ciò che si prova. Come ricorda Niki Petrocchi: «non è colpa nostra se la mente va verso la paura, ma è nostra responsabilità imparare a riportarla dolcemente al presente».
Quali sono i meccanismi emotivi su cui lavora la CFT?
La CFT descrive tre grandi sistemi emotivi. Il primo è il sistema di minaccia, che si attiva di fronte al pericolo e genera paura, ansia e rabbia. In chi riceve una diagnosi oncologica, questo sistema può rimanere costantemente attivo. Il secondo è il sistema del drive, legato agli obiettivi e alla performance. In questo caso può trasformarsi in una trappola, quando la persona, ancor di più se malata, si sente in colpa perché “non combatte abbastanza”, perché “non riesce a essere positiva”.
Infine, c’è il sistema calmante, spesso il più trascurato. È quello che riguarda il senso di sicurezza, connessione e appartenenza. In oncologia, lavorare su questo sistema significa aiutare la persona a ritrovare momenti di quiete e contatto con il sé, anche dentro la malattia.
Vergogna e autocritica sembrano avere un ruolo centrale. Perché?
Perché sono emozioni profonde, che non si modificano semplicemente con il ragionamento. In oncologia possono emergere pensieri come: “forse me lo sono meritato”, “dovrei essere più forte”, “sto diventando un peso”. Sono esperienze molto diffuse, anche se spesso non vengono espresse. La CFT non cerca di eliminare questi pensieri, ma di cambiare il modo in cui ci relazioniamo a essi: riconoscerli, nominarli e rispondere con maggiore gentilezza, invece che con giudizio.
Cosa si intende per “sé compassionevole”?
È uno degli elementi centrali della CFT. Non si tratta di qualcosa di esterno, ma di una risorsa interna che può essere coltivata. Attraverso esercizi specifici, la persona impara a sviluppare una parte di sé capace di unire forza, saggezza e cura. In pratica, si tratta di imparare a rivolgersi a sé stessi con lo stesso atteggiamento che si avrebbe verso una persona cara in difficoltà.
Non sempre è facile: alcune persone provano resistenza o disagio nel ricevere compassione. Anche questo, però, diventa un elemento importante del lavoro terapeutico.
In concreto, come la CFT può aiutare un paziente oncologico?
La CFT può agire su diversi livelli. Sul piano emotivo, aiuta a riconoscere e accogliere emozioni difficili senza combatterle. Sul piano relazionale, facilita la comunicazione dei bisogni e riduce il senso di isolamento. Sul piano cognitivo, non punta a “pensare positivo”, ma a sviluppare uno sguardo meno giudicante su di sé e sulla propria esperienza. Infine, sul piano esistenziale, offre strumenti per affrontare anche le grandi domande esistenziali che la malattia porta con sé, senza esserne sopraffatti.
Esistono pratiche semplici che si possono iniziare a usare?
Sì, una delle più semplici è l’etichettamento delle emozioni. Dare un nome a ciò che si prova — “sto provando paura”, “sto provando tristezza” — aiuta a ridurre l’intensità emotiva. È un processo supportato anche dalle neuroscienze: nominare un’emozione permette al cervello di regolarla meglio. Può sembrare un gesto piccolo, ma cambia profondamente il modo in cui si vive l’esperienza.
Quali sono, invece, gli strumenti di prassi clinica?
Possiamo individuarne principalmente 3. Il luogo sicuro, ovvero una visualizzazione guidata in cui la persona immagina uno spazio, reale o immaginario, in cui si sente completamente al sicuro. Non è un semplice esercizio di rilassamento, ma una pratica che nel tempo costruisce un senso interno di stabilità a cui tornare nei momenti più difficili. La creatura compassionevole dove la persona immagina una presenza, umana, animale o simbolica, dotata di saggezza, forza e cura incondizionata. Una figura che conosce le sue fatiche e non si tira indietro. L’obiettivo è fare esperienza, anche solo immaginativa, di essere davvero visti e accolti. E, infine, il sé compassionevole che è forse lo strumento più centrale. Attraverso una sorta di tecnica teatrale, la persona impara a incarnare una parte di sé capace di unire saggezza, solidità e desiderio genuino di aiutare. Non qualcosa di esterno da trovare, ma una risorsa già presente da coltivare.
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30 Apr 26