Cinque anni di malattia, una recidiva e le metastasi. Ma anche la scoperta di uno spazio sicuro in cui imparare ad affrontare la paura senza rinunciare alla propria vita.
Quando nel 2021 all’età di trentaquattro anni Germana Mucci riceve la diagnosi di un tumore al seno triplo negativo, aggressivo e in rapida crescita, la sua vita cambia radicalmente. Dopo l’intervento chirurgico, la chemioterapia e la radioterapia, arriva un periodo di apparente normalità: un anno e mezzo in cui prova a ricostruire la propria quotidianità, assaporando ogni momento con una consapevolezza nuova.
Poi, nel 2024, la recidiva. Una nuova diagnosi, nuove terapie e, negli anni successivi, la comparsa di metastasi ai linfonodi, al fegato, ai polmoni e alle ossa. Oggi, però, dopo la settima linea di trattamento, arrivano finalmente anche le prime buone notizie: le metastasi stanno iniziando a ridursi.
Il momento in cui chiedere aiuto
Ma il racconto di Germana non parla soltanto di cure. Parla soprattutto di come affrontare il peso emotivo della malattia.
«La cosa più difficile è stata accettare tutto di nuovo. Avevo ricominciato a vivere: ero andata a vivere da sola, avevo aperto la partita IVA, stavo per comprare la macchina. Avevo tanti progetti. Poi è arrivata la recidiva e ho dovuto ricominciare da capo.»
Durante il primo percorso oncologico Germana aveva già provato a intraprendere un percorso psicologico, senza trovare però la persona giusta. Con la recidiva decide di riprovarci e si rivolge alla LILT, dove incontra lo psiconcologo Davide Ferraris.
Quello che descrive non è soltanto un percorso terapeutico, ma la costruzione di una relazione di fiducia.
«Dal primo istante abbiamo avuto un match fantastico. Sono entrata nel suo studio piangendo e lui mi ha accolta a braccia aperte».
Per Germana la differenza tra uno psicologo e uno psiconcologo è evidente.
«Davide conosce profondamente la malattia oncologica. Sa cosa significa convivere con certi pensieri. Non ti giudica. Li comprende.»
Quando qualcuno capisce davvero
Germana non nasconde il senso di solitudine che spesso accompagna chi affronta un tumore. Amici e familiari cercano di aiutare, ma alcune paure sono difficili da condividere.
«A volte ti senti dire: “Non pensarci”. Ma come faccio a non pensarci? Sono malata. Uno psiconcologo sa che quei pensieri arrivano. Non cerca di farli sparire, ma ti aiuta a lavorarci.»
Secondo Germana è proprio questa la forza della psiconcologia: offrire uno spazio sicuro in cui non è necessario proteggere gli altri o fingere di stare bene.
Non solo ascolto, ma strumenti concreti
Le sedute non sono fatte soltanto di dialogo. Nei momenti più difficili, quando la malattia sembrava occupare ogni pensiero, Germana ha imparato tecniche pratiche per gestire l’ansia, gli attacchi di panico e l’overthinking.
«Lo psiconcologo mi ha insegnato degli esercizi che ancora oggi utilizzo. Quando tutto diventa nero, mi aiutano a creare spazio dentro di me. È come se riuscissi di nuovo a respirare.»
Lo specialista non offre soluzioni preconfezionate, ma accompagna il paziente nella ricerca delle proprie.
«È una guida. Non ti dice cosa fare, ma ti dà gli strumenti per arrivarci da sola.»
La qualità della vita è parte della cura
Nel racconto di Germana emerge un altro tema fondamentale: la qualità della vita. Le terapie oncologiche possono essere estremamente pesanti e, in alcuni casi, compromettere completamente la quotidianità.
«Con una terapia sono rimasta a letto per mesi. A un certo punto volevo mollare tutto.»
Parlando con i medici, Germana scopre che è possibile rivedere il dosaggio del trattamento, trovando un equilibrio tra efficacia terapeutica ed effetti collaterali.
«Stare tutto il tempo a letto non vale la pena. Parliamo con i medici, confrontiamoci. Se la terapia ci impedisce completamente di vivere, bisogna cercare insieme delle soluzioni.»
Fare spazio alla vita
Chi ascolta Germana capisce subito che non vuole essere definita dalla malattia.
Continua a lavorare come freelance nel montaggio video e nella grafica quando le condizioni lo permettono. Ama viaggiare e non perde mai il desiderio di programmare nuove partenze.
«La mia ragione di vita è il viaggio. Quando riesco a partire, mi sento di nuovo viva.»
Per lei mantenere interessi, relazioni e passioni non significa negare la malattia, ma impedirle di occupare tutto lo spazio.
«Cerco di non frequentare solo persone malate. Ho bisogno anche della vita fuori dall’oncologia.»
E conclude con una riflessione che riassume la sua esperienza:
«Non perdete mai la speranza. Ma soprattutto fate le cose che amate, perché sono quelle che vi danno la forza di andare avanti.»
La storia di Germana racconta come la psiconcologia possa offrire molto più di uno spazio di ascolto: può diventare un punto di riferimento nei momenti di maggiore fragilità, aiutando le persone a dare un nome alle proprie emozioni, a trovare strumenti concreti per affrontarle e a non perdere di vista ciò che rende la vita significativa. Perché curare significa anche preservare la qualità della vita, le relazioni, i progetti e la possibilità di continuare a riconoscersi oltre la malattia.
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06 Lug 26