Che cosa succede quando la rabbia, la paura e la tristezza sembrano prendere il sopravvento? Attraverso il chairwork, una tecnica della Compassion Focused Therapy, è possibile imparare a dialogare con le proprie emozioni anziché combatterle. Ne parliamo con il dottor Davide Ferraris. 

Negli ultimi anni la Compassion Focused Therapy (CFT) si è affermata come uno degli approcci psicoterapeutici più innovativi per aiutare le persone ad affrontare sofferenza emotiva, autocritica e vergogna. La CFT si fonda sull’idea che molte delle nostre difficoltà psicologiche derivino non solo dagli eventi che viviamo, ma anche dal modo in cui impariamo a relazionarci alle nostre emozioni più dolorose. 

Al centro di questo approccio c’è il concetto di compassione, intesa non come semplice gentilezza verso sé stessi, ma come la capacità di riconoscere la propria sofferenza e rispondervi con coraggio, saggezza e cura. 

In Italia, la diffusione della Compassion Focused Therapy è stata promossa in particolare da Niki Petrocchi, psicologa, psicoterapeuta, ricercatrice e fondatrice di Compassionate Mind Italia, che da anni contribuisce alla formazione dei professionisti e alla divulgazione di questo modello clinico. 

Tra gli strumenti più efficaci della CFT vi è il chairwork, o lavoro con le sedie: una tecnica esperienziale che aiuta le persone a dare voce alle diverse parti di sé che convivono nei momenti di maggiore difficoltà. Un approccio particolarmente utile in ambito oncologico, dove paura, rabbia, tristezza e autocritica spesso si intrecciano e rischiano di trasformarsi in un conflitto interiore silenzioso ma molto doloroso. 

Per comprendere meglio come funziona questo strumento e quale contributo possa offrire ai pazienti oncologici, abbiamo intervistato il dottor Davide Ferraris, psicologo clinico della salute, responsabile della Psiconcologia di LILT Milano Monza Brianza e terapeuta formato nella Compassion Focused Therapy. 

Dottor Ferraris, che cos’è il chairwork e perché può essere utile in oncologia? 

Il chairwork è un approccio terapeutico che utilizza diverse sedie per rappresentare le differenti parti emotive che convivono dentro ciascuno di noi. Può sembrare insolita a una prima descrizione, ma è uno strumento molto concreto che permette di rendere visibili e comprensibili i conflitti interiori che spesso accompagnano l’esperienza della malattia oncologica. 

Molti pazienti vivono emozioni contrastanti nello stesso momento: una parte è arrabbiata, una è spaventata, un’altra cerca di mantenere il controllo. Quando queste parti non riescono a dialogare tra loro, la sofferenza aumenta. Il lavoro con le sedie aiuta proprio a creare uno spazio di ascolto e integrazione. 

Quando parla di “parti emotive”, cosa intende? 

La Compassion Focused Therapy identifica alcune parti emotive centrali con cui il lavoro con le sedie si confronta direttamente. Nel contesto oncologico, tre emergono con particolare frequenza. C’è il Sé arrabbiato, che porta la rabbia, la frustrazione e il senso di ingiustizia. È la voce che si domanda: “Perché proprio a me?”. C’è il Sé ansioso, che esprime la paura della recidiva, l’incertezza sul futuro e l’attenzione costante ai segnali del corpo. E poi c’è il Sé triste, che vive il dolore per le perdite che la malattia comporta: il cambiamento del corpo, dei progetti, dell’immagine di sé. 

Come si aiuta una persona a non sentirsi sopraffatta da queste emozioni? 

Uno degli obiettivi della Compassion Focused Therapy è aiutare la persona a sviluppare una modalità diversa di stare con le proprie emozioni. Non cerchiamo di eliminare la rabbia, la paura o la tristezza, perché sono reazioni umane e comprensibili di fronte a una malattia. Lavoriamo invece per sviluppare la parte compassionevole. La svolta del chairwork avviene, infatti, quando si introduce la sedia del Sé compassionevole. Non si tratta di una parte esterna da trovare, ma di una risorsa interna che può essere coltivata — una parte di noi capace di unire saggezza, solidità e genuino desiderio di aiutare. 

Quando il paziente riesce a osservare le proprie parti dal punto di vista del Sé compassionevole, il conflitto interno tende a ridursi e diventa possibile accogliere ciò che si prova senza sentirsi sopraffatti. 

Molte persone raccontano di essere molto dure con sé stesse durante la malattia. È qualcosa che osserva spesso nei suoi pazienti? 

Si, molto spesso.  Si rimproverano di non essere abbastanza forti, di lamentarsi troppo o di rappresentare un peso per i propri cari. 

Questa dinamica può essere rappresentata attraverso due parti: il Sé critico, che giudica e attacca, e il Sé criticato, che riceve questi messaggi e ne soffre. 

Nel lavoro con le sedie, questa dinamica viene portata alla luce. Il paziente incarna il Sé critico, poi si sposta sul Sé criticato per sentire come arrivano quelle parole. Poi, dalla sedia del Sé compassionevole, può guardare entrambi con occhi diversi. 

Quello che spesso osserviamo è che dietro la voce critica si nasconde una paura profonda. Quando il paziente riesce a riconoscere questa paura e ad avvicinarsi ad essa con compassione, il dialogo interiore cambia. Diminuiscono la vergogna e l’autogiudizio e aumenta la possibilità di prendersi cura di sé. 

Dottor Ferraris, come si svolge una seduta di chairwork? 

Partiamo sempre da un episodio reale vissuto dal paziente: una visita medica, una conversazione difficile, un momento di particolare sofferenza. 

Si passa all’incarnare ciascuna parte, spostandosi fisicamente da una sedia all’altra. Non si recita, ma si permette a quella parte di essere finalmente ascoltata.  

Segue poi il dialogo tra le parti, mediato dal terapeuta, che permette di comprendere meglio emozioni, bisogni e paure. 

Successivamente si introduce la sedia del Sé compassionevole, che aiuta a integrare ciò che è emerso e a trovare nuove modalità di risposta. La sessione si chiude con l’integrazione, ovvero qualcosa di concreto da portare nella quotidianità. 

Alcuni pazienti potrebbero trovare questa tecnica insolita, come reagiscono? 

È vero, inizialmente qualcuno può sentirsi a disagio. Ma anche questa reazione diventa materiale terapeutico. Ci chiediamo cosa renda difficile entrare nell’esperienza e quali bisogni o timori si nascondano dietro quella resistenza. Nella maggior parte dei casi, una volta compreso il senso del lavoro, i pazienti scoprono che questo strumento permette loro di entrare in contatto con aspetti molto profondi della propria esperienza. 

Che cosa vede cambiare nei pazienti quando riescono a fare questo lavoro sulle proprie emozioni? 

Non parliamo di cambiamenti improvvisi o di una scomparsa della sofferenza. La malattia rimane una realtà difficile con cui confrontarsi. Colpisce la coerenza interna di una persona, il senso di chi si è, di cosa si è capaci, di come ci si relaziona a sé stessi nei momenti più difficili. Il lavoro con le sedie offre qualcosa di raro: uno spazio in cui le parti più in difficoltà — quella arrabbiata, quella spaventata, quella triste, quella che si vergogna — possono finalmente essere ascoltate e non silenziate o combattute.  

 

Il dottor Davide Ferraris ha conseguito la certificazione di secondo livello in Compassion Focused Therapy (CFT) ed è iscritto all'elenco ufficiale dei terapeuti CFT in Italia, avendo completato il percorso formativo sotto la guida di Niki Petrocchi. Nella foto è ritratto insieme a lei durante una sessione di chairwork.

Dare spazio alle proprie emozioni non significa esserne sopraffatti, ma imparare ad ascoltarle e comprenderle. Se stai affrontando un percorso oncologico e senti il bisogno di un supporto psicologico, i servizi di Psiconcologia di LILT possono aiutarti a trovare uno spazio di ascolto e cura.