Quando una diagnosi oncologica sconvolge le certezze, comprendere cosa sta accadendo sul piano emotivo e psicologico può aiutare ad attraversare l’esperienza con maggiore consapevolezza. Lo psiconcologo Davide Ferraris propone alcune riflessioni per orientarsi tra paura, smarrimento e domande esistenziali.
Ricevere una diagnosi di tumore è un’esperienza che irrompe nella vita senza preavviso. Quando la diagnosi è maligna, non è solo il corpo a essere colpito, ma l’intera esistenza viene messa in discussione. Il futuro, l’identità, le certezze su cui si reggeva la quotidianità vacillano improvvisamente. In questo spazio di smarrimento nasce una domanda cruciale: come si può affrontare tutto questo?
Lo abbiamo chiesto a Davide Ferraris, psiconcologo e coordinatore della psiconcologia di LILT Milano Monza Brianza, che da anni lavora con persone con diagnosi oncologica. Le sue risposte mettono in discussione molti luoghi comuni e offrono indicazioni fondate sulla ricerca scientifica e su anni di pratica clinica.
1. La tua reazione è del tutto normale
Circa il 20–30% dei pazienti che ricevono una diagnosi oncologica, presenta sintomi di disturbo post traumatico da stress (PTSD), una condizione caratterizzata da pensieri intrusivi, incubi e flashback, evitamento dei ricordi del trauma, umore negativo, ipervigilanza e disturbi del sonno.
Il terreno crolla sotto i piedi: le certezze si sgretolano, il senso di continuità dell’identità si frammenta. C’è il te di prima, sano, orientato al futuro, e il te di adesso, segnato dalla malattia e dall’incertezza. Questo non significa “gestire male la situazione”. È la normale risposta umana a una condizione anomala.
“Dovrei essere più forte”. “Scusa se piango”. Questo è quello che molti pazienti provano e dicono durante una seduta con lo psiconcologo. No, non serve. Siamo umani. Essere in crisi, in queste condizioni, è normale. Anche se la tempesta è sopra la testa, si può restare lì senza dover fare nulla di specifico. Questo significa libertà di scelta, senza colpa né vergogna.
2. Non aspettare a chiedere supporto
Gli studi dimostrano che un supporto psicologico precoce, entro il primo mese dalla diagnosi, può prevenire la morbilità psicologica a lungo termine. Le dimensioni dell’effetto possono fare la differenza tra lo sviluppo di un PTSD cronico e un’integrazione adattiva dell’esperienza.
Spesso quello che accade al paziente è di voler iniziare subito il trattamento oncologico e pensare all’aspetto psicologico in una seconda fase. In realtà, lavorare fin dall’inizio sul trauma, aiuta a gestire e ridurre i sintomi da PTSD e permettere al paziente di affrontare le decisioni terapeutiche con maggiore lucidità.
3. Non evitare l’esperienza che stai vivendo
L’evitamento esperienziale è associato a esiti peggiori. Lo dimostra la ricerca sulla Terapia di Accettazione e Impegno o ACT (Acceptance and Commitment Therapy).
L’ACT è un approccio di psicoterapia cognitivo-comportamentale di cosiddetta “terza ondata”. Questo termine indica un’evoluzione rispetto alle terapie comportamentali classiche (prima ondata) e cognitivo-comportamentali tradizionali (seconda ondata). Le terapie di terza ondata, infatti, non si concentrano tanto sulla modifica diretta dei pensieri disfunzionali, quanto piuttosto sull’accettazione delle esperienze interne (pensieri, emozioni, sensazioni) e sulla relazione che il paziente ha con esse. L’obiettivo è sviluppare flessibilità psicologica attraverso la mindfulness e l’impegno verso valori personali, anziché cercare di eliminare o controllare i sintomi.
Ecco, quindi, che il lavoro non consiste nell’eliminare i pensieri difficili, ma nel cambiare il rapporto con essi. “Riesci a sopportare quella paura e comunque preparare la cena o andare a fare una passeggiata?”. Non necessariamente servono pensieri positivi, ma disponibilità: lasciare che le esperienze difficili siano presenti senza combatterle.
4. Lavora con il corpo, non solo con la mente
Una diagnosi di cancro provoca una profonda disregolazione fisiologica. Il corpo trattiene terrore, tensione cronica, respiro superficiale. Le neuroimmagini mostrano circuiti della paura costantemente attivi. Portare l’attenzione su come quest’ultima si manifesta nel corpo, può essere un passaggio fondamentale. Il tracciamento sensomotorio lavora proprio sull’esperienza sensoriale, permettendo al cambiamento fisico di accompagnare l’elaborazione psicologica.
5. La consapevolezza della morte può restituire il senso della vita
La psicologia esistenziale mostra che una consapevolezza elaborata della morte è associata a maggiore chiarezza dei valori, delle relazioni più profonde e maggiore presenza nel qui e ora. Quando il tempo non è più dato per scontato, le priorità cambiano.
6. Affronta direttamente le domande esistenziali
Il cancro costringe a confrontarsi con domande spesso rimandate: che senso ha la mia vita? cosa conta davvero? come posso vivere il presente? Sono domande che spaventano, ma la psicoterapia centrata sul significato mostra che affrontarle direttamente migliora il benessere mentale e la qualità della vita.
7. Hai bisogno degli altri, ma sii chiaro
Una diagnosi oncologica può attivare simultaneamente diversi comportamenti: attaccamento, accudimento, autonomia e difesa. Spesso il bisogno di vicinanza si manifesta in modo predominante, ma può anche emergere vergogna per il fatto di aver bisogno di aiuto. Comprendere questi sistemi aiuta a dare senso a emozioni complesse e contraddittorie. È importante, però, essere specifici: i consigli non richiesti aumentano lo stress, mentre dire chiaramente di cosa si ha bisogno può fare la differenza. Ad esempio: “Ho bisogno che tu stia con me senza cercare soluzioni”, oppure “Ho bisogno di aiuto concreto, non di discorsi motivazionali”.
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03 Feb 26