Dopo una diagnosi oncologica, il corpo può sembrare estraneo, ma proprio da lì può nascere un nuovo percorso di ascolto, accettazione e rinascita.
Una diagnosi oncologica segna una frattura profonda nella vita di una persona. In questo percorso di ricostruzione, c’è un punto da cui spesso è necessario ripartire: il corpo. Il corpo, infatti, è il primo luogo in cui la malattia si manifesta e si rende visibile. È lì che si depositano i segni delle terapie, dei cambiamenti, della fatica. Ed è sempre da lì che può iniziare un nuovo percorso di consapevolezza.
Come spiega la dottoressa Francesca Luzzati, psicologa e psicoterapeuta che collaborata con LILT Milano Monza Brianza: «La malattia è qualcosa che parte dal corpo. E una delle immagini che più spesso emerge è quella di un corpo che tradisce: un corpo che funzionava e che, all’improvviso, smette di farlo.»
Questa sensazione di “tradimento” è tra le più difficili da accettare. Il corpo, che fino a quel momento rappresentava un punto di riferimento stabile, diventa improvvisamente estraneo, sconosciuto. Le trasformazioni fisiche, visibili e invisibili, possono generare disagio, vergogna, fatica nel riconoscersi. «È un tradimento difficile da accettare, un corpo che prima funzionava, che prima conoscevo, ora si vede demolito», continua Luzzati.
Eppure, proprio questo corpo, così segnato e cambiato, può diventare anche il punto di partenza per una nuova relazione con sé stessi.
Imparare ad ascoltare un corpo che cambia
Accettare il cambiamento non è un processo immediato. Richiede tempo, pazienza e spesso anche un supporto esterno. Ma uno dei primi passi è proprio quello di tornare a guardare il proprio corpo, senza evitarlo. «Forse il primo passo è non avere paura di conoscere questo corpo: ascoltarlo, guardarlo, dargli voce», sottolinea la dottoressa.
È importante anche accettare che il corpo non sarà più come prima. Non si tratta di tornare indietro, ma di trovare un nuovo equilibrio. «Il nostro corpo cambia inevitabilmente. Forse la cosa più utile è accettare che le cose non siano come ce le aspettavamo, aspettare e lasciare che facciano il loro corso.»
Un corpo che resiste e può ripartire
Accanto alla fatica, c’è però anche un altro aspetto che spesso emerge con il tempo: la capacità del corpo di resistere. «Se proviamo ad abbracciarlo per quello che è, possiamo vedere che è un corpo in grado di sopportare, di attraversare interventi e terapie. È un corpo che può ripartire, che può rigenerarsi.»
Questa prospettiva apre uno spazio nuovo: il corpo non è solo ciò che è stato “colpito”, ma anche ciò che continua a sostenere la vita.
Anche se segnato, anche se “più acciaccato”, resta un corpo che permette di fare esperienza, di sentire, di vivere. «È un corpo che, nonostante i cambiamenti, ci permette ancora di fare delle cose e di godere della vita, magari in modo diverso.»
Il valore dello sguardo dell’altro
Nel percorso di riconciliazione con il proprio corpo, lo sguardo degli altri può fare una grande differenza. Non solo quello delle persone care, ma anche quello di figure professionali. «Le persone che stanno accanto possono fare la differenza. Ma in questa fase può essere fondamentale anche lo sguardo di un professionista, che restituisce l’immagine di una persona che funziona, che c’è.»
Psicologi, terapeuti, ma anche percorsi espressivi come l’arteterapia possono aiutare a “rimettere insieme i cocci”, offrendo nuovi modi per abitare il proprio corpo e la propria esperienza.
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09 Apr 26