Il comfort food, spesso considerato un semplice sfizio, assume un valore speciale per chi affronta una diagnosi oncologica. Un piatto caldo, morbido e avvolgente può diventare un rifugio emotivo, una coccola capace di calmare lo stress e restituire un po’ di serenità durante le terapie. 

Quando tutto trema: il conforto nel cibo 

C’è un momento, nella vita di chi riceve una diagnosi di tumore, in cui tutto sembra perdere consistenza. Si perde l’appetito, si perdono punti di riferimento, a volte si perde persino il senso di chi si è. È lì che entra in scena il comfort food, o comfort eating, un fenomeno spesso ridotto a un vezzo ma che, nel contesto della malattia oncologica, assume un significato molto più profondo. «Non è golosità», interviene Claudio Mencacci, psichiatra e Presidente SINF, Società italiana di neuropsicofarmacologia. «È invece una piccola forma di cura, una pausa dal rumore, un gesto che sottolinea il desiderio di tranquillità. Un gesto che ci permette di fermare, anche se per pochi istanti, i ritmi imposti dal tumore, che azzerano, in un certo senso, la quotidianità di sempre e di quello che faceva parte della propria vita prima della diagnosi».  

Il sapore che avvolge e porta dove si è stati bene 

Non si tratta, dunque, semplicemente di golosità e neppure di una banalizzazione del rapporto col cibo. È invece una vera e propria esperienza sensoriale. «È la capacità del sapore e dell’odore di riportarci a un ricordo, alla casa della nostra infanzia, a una voce», sottolinea il professor Mencacci. «In un percorso oncologico, in cui la vulnerabilità è forte e costante, questa prerogativa del cibo di evocare emozioni positive diventa preziosissima. Non sorprende che molti pazienti cerchino piatti caldi, morbidi, avvolgenti. Il calore non è un dettaglio, aiuta a sentirsi accolti». Gli psicologi parlano di effetto Madeleine, riferendosi al celebre racconto di Proust: un assaggio che riporta altrove, nella memoria affettiva, dove si è stati bene. 

Cosa accade al cervello 

Dietro la voglia improvvisa di carboidrati o di un dolce al cucchiaio non ci sono solo cultura o abitudine.  «I carboidrati, cioè la pasta, il pane, il riso, le patate, favoriscono la produzione di serotonina, la sostanza del buonumore, mentre cibi come cioccolato o gelati cremosi, parlano invece al circuito della dopamina, quello del piacere immediato», continua il professor Mencacci. «E tutto questo, anche se dura poco, ha un effetto reale perché abbassa lo stress, calma l’ansia, aiuta a regolare la tempesta emotiva che spesso accompagna la diagnosi e le cure oncologiche».  Il comfort food non è dunque solo uno sfizio. Per chi si trova immerso nella fatica della terapia, può diventare un momento fondamentale per ricostruire un po’ di calma interiore. È un gesto che parla di gentilezza verso sé stessi. Una gentilezza spesso dimenticata o messa da parte quando ci si sente fragili, spaventati o dipendenti dagli altri. «Non è tanto il cibo in sé a fare la differenza, quanto il rito che lo accompagna. Il tempo dedicato», dice il professor Mencacci. «È, in un certo senso, la sensazione di riprendere, per pochi istanti, un controllo che la malattia a volte sembra rubare». 

Il rischio della dipendenza emotiva 

Come ogni gesto di cura, anche il comfort food si muove però su un equilibrio delicato. Finché resta una coccola, un modo per regalarsi un po’ di leggerezza, funziona benissimo. Diventa problematico quando perde la sua natura di gesto affettuoso e diventa una sorta di scorciatoia emotiva, un meccanismo unico per rispondere a qualsiasi cosa: tristezza, solitudine, stanchezza, insonnia, preoccupazione. «Immaginiamo la differenza tra un abbraccio che scalda e uno che stringe troppo forte», aggiunge il professor Mencacci. «Il primo aiuta, il secondo fa male. Il comfort food appartiene al primo caso finché resta un abbraccio. Ma può fare male quando cerca di sostituire quello che dovrebbe essere un dialogo con sé stessi, con le proprie emozioni. In questo caso, il cibo diventa disfunzionale, può danneggiare anziché aiutare ed è necessario parlarne con lo psiconcologo per ritrovare il proprio benessere». 

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